Il periodo africano

Chiamato alle armi e successivamente fatto prigioniero dalle truppe francesi, nel 1943 Giuseppe Banda è deportato in Carri_M13_AfricaAfrica Equatoriale nel campo di Berberati, nell’attuale Repubblica Centrafricana, dove inizia la sua attività artistica.

Modella un Cristo in terra termitiera per la cappella del campo e, date le doti artistiche, gli viene affidato il compito di dirigere una scuola di scultura di ebano e avorio e di artigianato africano.

Dopo due anni ottiene l’incarico per affrescare l’abside e il presbiterio della Cattedrale di S. Anna a Berberati. Merito dell’artista è quello di rappresentare le figure religiose con fattezze africane.

A seguito del successo di questo grandioso affresco, il prefetto Apostolico chiede a Giuseppe Banda di realizzare una statua della Madonna da porre sulla facciata della chiesa di Carnot, 80 km a nord di Berberati. Lo scultore realizza un capolavoro utilizzando l’argilla del fiume Mambéré miscelata con cemento liquido, cotta al forno e colorata.
Testimonianze dall’Africa: “Dalle sabbie del Sahara alla foresta equatoriale, italiani a Berberati: 1941-1946”, Carlo Toso, Bozzi editore.

“Sorge negli ufficiali e nei soldati il desiderio di costruire nel campo una capanna da destinare a chiesetta. Il Comando francese approva l’idea a condizione che siano i prigionieri a realizzarla […]. Il progetto è affidato al sottotenente Banda, architetto, scultore, pittore […]. A lui viene anche affidato il compito di realizzare una statua da collocare sull’altare. Sceglie un’ampia capanna eretta nel campo riservato alla truppa, innalza una parete ingentilita con eleganti bifore e costruisce un piccolo altare. Sopra vi colloca un crocifisso fatto da lui, un vero capolavoro di terra rossa, bellissimo[…].L’artefice utilizza per la sua opera, ammirata in seguito in tutta la regione, tralci di rami prelevati dalla cucina, l’erba elefante del fossato e la terra rossa del campo. Per corona un pezzo di reticolato[…].”

“Tra i prigionieri inviati alla missione si nota di frequente l’artista Giuseppe Banda, più volte sorpreso dai compagni a contemplare assorto l’interno della cattedrale. Il grande edificio ha le pareti semplicemente imbiancate a calce, del tutto prive di una qualsiasi rappresentazione artistica […]. Preso da questo segreto desiderio manifesta al Prefetto Apostolico l’idea di voler realizzare una serie di affreschi […]. Il Prelato si dice lieto di favorire, pur in tempo di guerra, un lavoro artistico, unico in tutta la colonia […]. Non è pensabile che nel cuore dell’Africa nera, in un modesto villaggio ai margini della foresta, sia reperibile tutta la serie di colori occorrenti. Ma il genio di Banda, utilizzando largamente le qualità delle piante e dei fiori africani, ottiene le indispensabili sostanze necessarie alla sua impresa, riducendo al minimo gli acquisti effettuati poi in America […]. Ne uscì un lavoro bello, solenne in seguito molto apprezzato dalla comunità cattolica di Berberati […].Martin Bazaba (un fanciullo di 7 anni), per l’intera durata dei lavori è stato sempre al servizio dell’artista italiano porgendogli pennelli e colori, attrezzi e materiali con regolarità esemplare […].”